Operazione Gladio: L’Italia nel mirino.

Operazione Gladio: L’Italia nel mirino.

Cosa è accaduto in passato quando in piena guerra fredda il governo italiano ha provato ad avvicinarsi ai comunisti dell’Unione Sovietica? Solo rispondendo a questa domanda, possiamo ipotizzare cosa sarebbero nuovamente pronti a fare, gli apparati americani, ora che siamo entrati in una seconda guerra fredda, non più contro l’Unione sovietica ma contro la Cina. Una minaccia ben più concreta per la leadership mondiale statunitense e per il progetto unipolare di nuovo ordine mondiale, dato che la Cina, a differenza dell’URSS, è una potenza commerciale e la sua economia è imprescindibilmente legata a quella statunitense e a quella del resto del mondo. Non si può quindi pensare ad una dissoluzione della Cina come invece avvenne con l’URSS. Il nuovo nemico comunista va perciò fronteggiato con strategie di lungo raggio e con la consapevolezza che esso al massimo potrà essere inglobato ma certamente non potrà essere battuto.

Facciamo nuovamente un salto indietro come abbiamo già fatto nella precedente puntata di questo dossier:

Il 4 Dicembre 1963 viene varato il primo governo di centro sinistra guidato da Aldo Moro e sostenuto da una alleanza tra la DC e i socialisti, ma si comincia a pensare che anche il partito comunista possa arrivare al Governo. Questa eventualità, in piena guerra fredda, in un paese come l’Italia considerato strategico per gli americani in funzione antisovietica, non solo spaventava gli USA ma era diventata una vera e propria ossessione per gli americani che quindi decisero che andasse scongiurata ad ogni costo e ad ogni modo. Ed è in questo contesto che:

“la prima cosa che venne fatta dalla politica italiana fu quella di varare il PIANO SOLO che prevedeva l’arresto e la deportazione di politici e sindacalisti di sinistra proprio a capo Marraggiu, la base di Gladio. Questo segna l’inizio di una nuova attività di Gladio, non prevista dal progetto iniziale, e tutta con finalità di destabilizzazione politica”.

Addirittura emerge chiaramente che:

“sono gli Stati Uniti nella seconda metà degli anni 60 a chiedere un uso politico di Gladio e di organizzare la contro insorgenza per impedire il rischio di una insurrezione comunista”.

Quindi non più per scongiurare una invasione dall’esterno ma per una questione tutta interna. “Quella della contro insorgenza era un pallino degli americani” ammette Gianantonio Invernizzi responsabile Gladio – in un servizio andato in onda sulla Rai – parlando di documenti americani che lui stesso aveva potuto consultare:

“gli americani subordinarono il finanziamento di Gladio alla contro insorgenza.”

La cosa incredibile è che emerge anche che:

“dell’esistenza di una armata clandestina con compiti anti invasione e di contro insorgenza parla proprio Aldo Moro prigioniero delle brigate rosse, nel memoriale rinvenuto nel covo di via Monte Nevoso, due settimane prima della ammissione da parte di Andreotti dell’esistenza di Gladio nell’ottobre 1990”.

Ho riportato le parole testuali del servizio andato in onda,“ armata clandestina con compiti anti invasione e di contro insorgenza” anche se molti analisti ed anche magistrati precedentemente citati, hanno sempre detto che Aldo Moro nel suo memoriale parlasse esplicitamente di Gladio. Ognuno si farà liberamente la propria idea su cosa intendesse Moro con quelle parole, prendendo atto che c’è chi nega che in quel caso si riferisse a Gladio. Una versione che per dovere di cronaca non posso ignorare anche se Moro nei suoi ultimi scritti cita esplicitamente le difficoltà avute nell’indagare su Gladio ed i bastoni tra le ruote ricevute dai suoi stessi colleghi. In entrambi i casi risulta però pertinente l’obiezione sollevata da Minoli:

“Perché le parti del memoriale in cui se ne parla vengono ritrovate soltanto nell’ottobre del 90 e perché Andreotti rivela l’esistenza di Gladio proprio due settimane dopo la scoperta di questa parte del memoriale?”

“Il 1969 è l’anno dell’autunno caldo, l’anno delle fabbriche occupate, delle lotte sindacali e di studenti e lavoratori. E anche l’anno di una serie di attentati, il più grave quello di Piazza Fontana che provoca 17 morti”.  In questo contesto la frase del generale, mostrata nel servizio, esplode in tutta la sua gravità. Egli infatti da testimone oculare di quegli eventi, rivela che:

“ci sono state organizzazioni che hanno portato avanti quegli attentati per i loro scopi ma sono stati lasciati operare da uomini del nostro governo di allora perché erano utili per rafforzare il regime e per permettere l’emissione di leggi eccezionali.”

Il generale fa quindi riferimento alla pratica più volte utilizzata proprio dagli appararti americani e che prevede tre fasi distinte ma ben collegate: azione/reazione/soluzione: ossia porre in essere un’azione destabilizzante, attendere la reazione della popolazione, per poi fornire la soluzione utile al conseguimento degli interessi inseguiti dagli apparati stessi, approfittando dello stato di shock e di destabilizzazione dell’opinione pubblica. E’ assurdo però che, in riferimento a quelle che sono state le fasi del cosiddetto autunno caldo, si dica che i responsabili “sono stati lasciati operare da uomini del nostro governo di allora”. Queste affermazioni sono mai state smentite o hanno dato seguito ad indagini per scoprire chi fossero i complici al Governo del nostro paese?

Quello che è emerso con sicurezza sono i collegamenti tra la Gladio e la loggia italiana P2.

A questo proposito in un articolo di Repubblica del 25 Luglio 1990 dal titolo “Andreotti alla commissione stragi riferirà su P2, Cia e servizi segreti” ritroviamo le parole dell’ex capo del controspionaggio, generale Ambrogio Viviani, «La costituzione di tale rete fu affidata alla Cia». E la Cia versò al Sid, il cui capo era il generale Miceli, della P2, somme molto rilevanti. Viviani solleva dunque un secondo dubbio:

«E’ possibile che singoli elementi, reclutati tra persone di orientamento anticomunista, abbiano deviato dagli scopi per i quali erano stati reclutati?»

L’articolo procede con le rivelazioni dell’ex magistrato Luciano Violante, all’epoca vice-presidente dei deputati comunisti, che riporto integralmente:

«Era stato deciso, in quegli anni settanta, di bloccare qualsiasi mutamento che potesse incidere sugli equilibri est-ovest».

In questo senso anche la struttura offerta dalla P2 poté servire al progetto internazionale. In questo senso anche il terrorismo «se non prodotto, fu utilizzato in maniera strumentale rispetto all’obiettivo».

Nulla doveva mutare gli accordi est-ovest, la spartizione delle zone di influenza.

«Chiediamoci quale sarebbe l’Italia di oggi se ci fossero Moro e Mattarella, Terranova e Alessandrini, Chinnici e Ruffilli» continua Violante. «Soprattutto Ruffilli, il cui progetto di riforma dava ai cittadini il potere di scegliere la maggioranza da cui esser governata. Con quegli uomini furono eliminati snodi essenziali alla democrazia» conclude Violante.

La commissione stragi decise poi di affidare ai computer le centinaia di migliaia di pagine raccolte dai magistrati. Solo una lettura «incrociata» delle coincidenze che si ripetono (omicidi dei testimoni, sparizione di testimoni, scontri fra magistrati e manipolazione delle prove) – sostennero i membri della commissione – avrebbe potuto finalmente spiegare alcuni misteri.

In realtà quella commissione non fornì mai un quadro chiaro della vicenda, forse i tempi non erano maturi, o forse non gli fu permesso di farlo. Come dichiarò lo stesso Andreotti: “tutti hanno interesse a dimenticare quelle vicende”. Fatto sta che la Commissione dichiarò che:

22/04/92 Commissione Stragi presenta relazione finale al Parlamento X LEGISLATURA – Doc. XXIII  – n. 51CAMERA DEI DEPUTATI

“Di tutta la «storia interna» di Gladio il fatto sconcertante e inammissibile è che non esista assolutamente documentazione di parte governativa.

La Commissione parlamentare e la magistratura hanno potuto ottenere, in gran parte mediante azioni di sequestro, migliaia e migliaia di documenti riguardanti Gladio, tutti però provenienti dagli archivi dei servizi, per quella parte che si è riusciti a penetrare. Dallo Stato Maggiore della Difesa non un solo foglio. Dalle amministrazioni governative ancora meno.

Agli atti non risulta alcun atto dell’Esecutivo di indirizzo, di coordinamento e di controllo riguardante Gladio.

In sostanza Gladio ha vissuto clandestinamente per quarant’anni, non per i servizi di informazione avversari, che ne hanno sempre conosciuto l’esistenza, ma per le istituzioni italiane.

Qualunque giudizio – che il Parlamento sarà chiamato ad esprimere – voglia darsi sulla «necessità» della nascita di Gladio, le particolari caratteristiche dell’organizzazione avrebbero dovuto imporre forme di controllo analoghe, se non più rigorose, di quelle riservate ad altre organizzazioni operanti entro schemi conosciuti e con responsabilità definite.

Invece è accaduto esattamente il contrario. Non solo l’ «informazione» della avvenuta costituzione di Gladio e delle sue finalità non è calata dal primo Governo che aveva preso la decisione ai Governi successivi (da un Presidente del Consiglio all’altro, da un Ministro della difesa al suo successore), ma il compito di fornire l’«informazione», di ciò che era Gladio, degli impegni assunti anche con altri Paesi, delle attività svolte, ad un certo punto è passato dai controllori ai controllati.

In altri termini erano i servizi a decidere che cosa dire e a chi.

I direttori dei servizi, a loro discrezione, sceglievano quali Presidenti del Consiglio e quali Ministri della difesa informare e quali no, di che cosa informarli e che cosa tacere.

Così si è reso difficile, se non impossibile, risalire alle responsabilità delle decisioni assunte in epoche tanto diverse nelle diverse fasi della storia di Gladio”.

Come si evince chiaramente dalla documentazione ufficiali su Gladio esistono tanti dubbi e poche certezze. Una di queste è sicuramente caratterizzata dalle difficoltà a cui andavano incontro politici, magistrati o giornalisti che hanno provato nel tempo a fare chiarezza. Difficoltà che furono più volte evidenziate proprio sui giornali dell’epoca e nelle commissioni d’inchiesta.

In realtà è proprio sulla questione delle indagini che hanno riguardato Gladio che si è creato l’enorme buco nero che ha sempre travolto tutti i protagonisti.

E’ doveroso chiarire che tutti i membri della Gladio rinviati a giudizio sono stati sempre assolti in tutti i processi e che lo stesso giudice Felice Casson ha poi affermato che:

“non è che Gladio fosse il male supremo responsabile di tutte le cose avvenute in Italia. Negli anni 70 c’erano una serie di strutture sia ufficiali che clandestine disponibili ad entrare in funzione quando dovesse servire e tutto convergeva al vertice dei servizi segreti militari. E su questo ci sarebbe ancora tanto da indagare.”

Corriere della sera 23 aprile 1991: Legame Gladio stragi ? Dossier di Imposimato

Nell’articolo si legge che il presidente della Commissione Libero Gualtieri ha protestato con i presidenti delle camere per la mancata collaborazione dei governi: “sui documenti più importanti ha scritto Gualtieri alla Lotti e a Spadolini il vincolo del segreto non è stato affatto tolto”.

Corriere della sera 25 Aprile 1991: Gladio: segrete le carte Nato

“Il Sismi non può opporre il segreto sulla documentazione di provenienza italiana relativa a Gladio. Viceversa non sono accessibili i documenti stipulati in sede Nato. E’ questo il succo della risposta che il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti ha inviato al Procuratore della Repubblica di Roma, Ugo Giudiceandrea il quale, nella seconda metà di gennaio, gli aveva chiesto di pronunciarsi sulla segretezza degli atti costitutivi di Gladio.”

Nel bene o nel male chiunque abbia provato ad indagare su questa organizzazione sembra sia stato stato messo nelle condizioni di non farlo più.

La sequenza dei due articoli che seguono sembra essere la prova evidente di questa affermazione:

  1. A Padova dei giudici denunciano Gladio.
  2. Ai giudici di Padova viene tolta l’indagine su Gladio.

“L’ ultima mossa dell’ offensiva giudiziaria romana contro i giudici militari di Padova per chiudere definitivamente la lunga parentesi di Gladio è scattata ieri mattina. Tutti i documenti dell’ indagine sulla rete clandestina raccolti dai magistrati padovani sono stati trasferiti con un cellulare dei carabinieri, solitamente utilizzato per trasportare i detenuti, presso la Procura militare di Roma. L’ inchiesta padovana di Benedetto Roberti e Sergio Dini non esiste più, è stata cancellata da un procuratore capo facente funzioni, che l’ ha avocata a sé e spedita subito ai colleghi militari della capitale, ritenendosi incompetente dal punto di vista territoriale ad indagare. E’ accaduto tutto in pochi giorni. La Procura militare di Padova da due mesi è senza capo, da quando Corrado Ancona è andato in pensione. Nessuno fino ad ora se l’ era sentita di occupare quel posto, divenuto scottante proprio a causa dell’ indagine avviata dai due giovanissimi sostituti. Tre aspiranti a quella poltrona hanno addirittura ritirato la domanda che avevano presentato alcuni mesi prima.” 

Questo fomenta il dubbio che “con la Gladio ci fu cospirazione politica” frase ripresa dal titolo di un articolo del Corriere della sera del 22 settembre 1991 che inizia con un’affermazione pesante:

“Gladio è una struttura illegittima che di fatto attentava alla Stato.”

 

Francesco Amodeo autore dell’inchiesta La Matrix Europea

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